🇮🇹Come sono diventato un minimalista

14 Maggio 2012: sono alla guida di un Fiat Ducato e mi aspettano in totale 2500 km in solitaria, tra andata e ritorno. Mi fanno compagnia nell’abitacolo un monitor dal peso di 15 kg, per il quale ho dovuto costruire un bozzolo di cuscini e coperte per evitagli danni, e un’autoradio che non ho mai deciso di sintonizzare su alcuna frequenza specifica per l’intera durata del viaggio. Dietro l’abitacolo, nell’area “cargo”, sento sobbalzare rumorosamente ad ogni imperfezione della superficie stradale due biciclette, una sedia da ufficio Vitra, un divano-letto, un mobile ufficio rosso Ferrari dell’IKEA, la mia adorata collezione di insetti preservati in resina. Non sobbalzano, ma ci sono, 4 sacchi neri pieni di vestiti spiegazzati, due scatole di riviste che trattano di argomenti vari, dalla fotografia di moda all’ufologia. E poi lenzuola, asciugamani, un accappatoio Carrara color vino rosso, una piccola collezione di vinili, e ovviamente la mia valigia dei ricordi. Trattasi di una ventiquattrore con apertura a scatto, che nel corso degli anni ho riempito di cianfrusaglie e che per qualche motivo di natura sentimentale non mi sono mai sognato di buttare via. Parliamo di lettere d’amore, una mappa di Istanbul, un NEC db2000 rotto (il mio primo telefono cellulare), un reggiseno trovato sotto un cuscino in un hotel quasi bettola a Parigi, e cose così.

Avevo deciso di far diventare il mio lavoro location independent, e quella notte mi stavo trasferendo da Milano a Berlino. Quel furgone pesava quanto il fardello che il Titano Atlante era stato condannato a portare sulle spalle, ma mi sentivo libero.

Dopo neanche un anno mi rendevo conto che quella non era libertà ma semplice infatuazione per l’idea romantica del cambiar cielo al di sopra della mia testa, e che vivere il resto della mia vita a Berlino era una pessima idea. Ma mi sentivo completamente bloccato lì, spaventato sia dall’idea di dover affrontare un altro inferno logistico e di dover annunciare al mondo intero che Berlino era una scelta sbagliata, dopo averla tanto sbandierata. Così procrastinai, finché la cosa si fece seria. Uscire dalle lenzuola diventava più difficile e faticoso mattina dopo mattina, mi ero procurato una tosse secca invulnerabile che richiedeva l’uso di oppiacei per esser sedata, e in generale mi convincevo che non sarei mai più stato felice in vita mia. Dopo quattro mesi così, sbroccai. Capii che era arrivato il momento di far qualcosa di radicale, per non trasformarmi in una triste statistica in tema di depressione.IMG_0446

Quei 14 mesi spesi in Germania, ma più che altro quel grigissimo inverno durato sei mesi, mi avevano portato a mettere in dubbio ogni aspetto della mia esistenza. La mia salute mentale, la felicità, il mio lavoro, l’alimentazione, l’Italia e gli italiani. E, alla fine di un lungo ponderare, avevo deciso di trasferirmi in Thailandia per diventare istruttore di SCUBA diving (col senno di poi, un piano alquanto sballato che per fortuna abbandonai abbastanza presto). Per fare ciò dovevo ovviamente lasciare l’appartamento in cui vivevo in affitto, pieno di tutto ciò che mi ero portato dall’Italia e di quel che avevo comprato a Berlino, letto e scrivania di legno massello inclusi. Dovevo vendere, regalare, o buttare quasi tutto, inclusa tutta una serie di cose che fino a poche settimane prima davo per scontato che mi avrebbero seguito nella tomba, figurativamente parlando (dato che sono uno pragmatico, le avrei in realtà lasciate in eredità a chi mi sarebbe sopravvissuto, intorno all’anno 2074).

E così feci. La parte più difficile del processo fu indubbiamente prendere la decisione, un po’ come quando bisogna tuffarsi da un alto trampolino. L’istinto di preservazione ci blocca, ma una volta superato, la gravità fa tutto da sola. E così portai a termine la missione con un’efficienza che anni dopo ancora mi riempie d’orgoglio, e mi stampa in faccia un enigmatico sorriso. Craigslist, Ebay annunci, e il parco sotto casa (a Berlino c’è questa cultura del lasciar gli oggetti che non servono più sui marciapiedi o nei parchi, dove qualcuno che ne necessita se ne approprierà in un batter d’occhi) divennero i miei migliori amici per un po’.

Così mi liberai di (quasi) tutto. Ero libero di esser libero.

Mi recai a Berlino Schönefeld con un bagaglio a mano e due pezzi da stiva, uno dei quali era la suddetta valigia dei ricordi. Niente furgone, monitor, scrivania, letto, accappatoio, lenzuola, cuscino anti cervicale, collezione di vinili né insetti.

Al giorno d’oggi traghetto tutti i miei possedimenti come bagaglio a mano sui voli Ryanair flight, con questa.main-qimg-be022df12227a7e017aa2010dba93cad-c.jpeg

In sostanza contiene il mio computer (senza il quale non posso far soldi) e un set di copie identiche della mia “uniforme”. Ho impiegato anni per trovare un look che mi piaccia così tanto da poterlo sfoggiare praticamente ogni giorno senza annoiarmi. E che differenza sapere che non posseggo vestiti che in realtà non mi piace indossare. Ho quindi seguito una strada diversa rispetto a quella di James Altucher, uno scrittore che è anche una celebrità del minimalismo. In un post su un blog si descrive come “un po’ disgustoso”, presumo per uno scarso interesse per la cura del proprio aspetto. Per me è invece molto importante non vedermi disgustoso allo specchio (e mantenere in ordine la mia barba). Molte porte mi si sono aperte una volta trovato il mio look, semplicemente per via dell’ovvia impennata nella mia sicurezza in me stesso.

Voglio sottolineare che liberarsi della robaccia è solo l’inizio del viaggio verso la vera libertà. Non serve assolutamente a nulla strappar le catene dalla proprie “ali” se abbiamo poi paura di muoverci e di incontrare popoli che abbiamo evitato per una vita intera. E che la libertà è inutile senza uno scopo ultimo. Viaggiare per il puro gusto di viaggiare è un’ottima strategia per procurarsi un tipo di insoddisfazione ben più grave. Una volta ammesso a noi stessi che non siamo diventati felici neanche dopo aver seguito la nostra vocina interna (e un nostro amico nomade digitale), il rischio è di credere che non ci siano più opzioni di fronte a noi. A quel punto gli attacchi di panico son dietro l’angolo.

Il mio susseguente viaggio in Tailandia non fu esattamente all’insegna della gioia, nonostante la bellezza ipnotica del plancton fosforescente che ho potuto vedere nella mia prima immersione notturna. Mi sentivo come se dovessi ricostruire da zero le fondamenta su cui poggiava la mia vita, e ricordo come fosse ieri le mattine in cui mi svegliavo in strani posti umidi lontani da casa con un grosso peso sullo stomaco. Ci volle tempo, e un bel po’ di lavoro sui limiti del mio carattere, per abituarmi all’idea di avere tutta ma proprio tutta la libertà che è concesso avere a questo mondo. E per capire cosa diavolo farmene di tutta questa libertà. Ma alla fine la scelta ha pagato.

Tra le altre cose, mi son dato al surf (la più potente fonte di endorfine e di scopo che io abbia mai provato) e ho ricordato a me stesso che c’è un motivo per cui ho studiato fotografia.

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Solo nel 2016 ho dormito su 36 letti diversi, in dieci Nazioni. Ho risparmiato un bel po’ di denaro in affitto, perchè non ho alcun bisogno di continuare a pagare per un tetto dove tenere al sicuro i miei averi. Sono andato a trovare quasi tutti i miei amici e i membri della mia corposa famiglia. Tutti sparsi ai quattro angoli dell’Europa. Ho insegnato un milione di cose in materia di astrofisica e fantascienza ai miei cuginetti in Sicilia, perchè la mia mente è così leggera e priva di stress, che posso concentrarmi totalmente su di loro. E loro percepiscono la mia sincerità nel voler soddisfare le loro curiosità.
Ho passato inoltre mesi in ostelli meravigliosi, sul mare o in pieno centro in bellissime città. Una gatta ha partorito cinque gattini sul mio letto in Marocco, mentre io stavo ancora sognando. Certe cose non succedono negli Holiday Inn. Ecco la prova (sconsigliata a chi è facilmente impressionabile):16177855_1295406377187509_499501371765900152_o.jpgL’abbiam chiamato Miaometto

Non devo preoccuparmi di eventuali furti che possano “traumatizzarmi”. Eccezion fatta per il mio computer portatile e la macchina fotografica, nulla di ciò che possiedo è di valore. E poi, non ho utenze a me intestate, abbonamenti, non ho rate da pagare per cose comprate anni addietro. A volte mi ritrovo in spiaggia, lascio che il sole mi asciughi le goccioline salate sulla pelle, e vengo investito dalla realizzazione che non ho una singola commissione o pendenza burocratica di cui preoccuparmi. Sembra di nuovo di avere sette anni, a parte il fatto che io odiavo avere sette anni perché non potevo e non sapevo organizzare le mie giornate.
A volte mi sento multi-milionario, senza esserlo realmente, e di diversi ordini di grandezza.
E’ una vita adatta a tutti? Assolutamente no! Cosa ci vuole per vivere così? Difficile dirlo. Posso azzardare, basandomi su quel che penso abbia aiutato me. Io ho sempre avuto un animo “zen”, e mi adatto a tutto. Inoltre non provo mai sentimenti estremi: niente esaurimenti nervosi o turbinii di euforia in stile “It’s a wonderful life” di Frank Capra. So apprezzare il silenzio e adoro pensare, è uno dei miei passatempi preferiti. Forse perché non c’è nulla di più minimalista dello starsene lì a pensare.
Inoltre, accetto l’idea un po’ nichilista (ma da nichilista buono) di non poter scalfire l’Universo (questa era l’ossessione di Steve Jobs), e che, citando Tyler Durden, Martha Stewart sta lucidando le maniglie sul Titanic.
Io ho deciso di starmene sul ponte della nave a guardare il tramonto.

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  1. sah says:

    La foto è stata molto rappresentativa, Mario! 🐒

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