🇮🇹Tasse e lavoro da remoto. Perché ho scelto il Regno Unito.

Condurre un business individuale spostandosi di continuo è un’idea ancora abbastanza nuova da non venir regolata, che io sappia, da un gran numero di governi di questo pianeta. Quindi, da nomadi digitali, ci si abitua presto all’essere un po’ dei figli di nessuno. Ci muoviamo in zone grigie da mattina a sera.

Siamo seriamente tenuti a pagare le tasse nel Paese in cui ci troviamo al momento dell’esecuzione di un lavoro (l’idea di base è questa)?? E che facciamo, per citare l’esempio estremo, se stiamo facendo un sito web in volo da Singapore a Londra?

IMG_5068

Quindi continuiamo imperterriti a dare i nostri soldi al Paese dove abbiamo registrato la nostra attività, sperando che Cerbero non si svegli improvvisamente e non ci stacchi la testa con un morso mentre stiamo a prendere il sole o a fare surf. E quel Paese è molto spesso il Bel Paese, dove siamo nati e cresciuti.

Ma…esiste una possibilità migliore? Se non facciamo i disonesti continuando a vivere in patria ma pagando le tasse altrove, solo perché ci conviene, credo sia perfettamente legittimo basare le nostre operazioni da qualche altra parte, dove non ci attende un bagno di sangue.

Quando ho lasciato l’Italia per la Germania, non ho pensato di spostare la mia residenza fiscale. Ho quindi continuato a dare le mie tasse a Roma, come se a Berlino ci stessi solo passando un eterno weekend di vacanza. Questo anche perché, dopo una breve ricerca, avevo realizzato che razza di mostro burocratico mi attendesse in Germania. Le scartoffie si sarebbero sprecate, e avrei finito per pagare ancor più tasse di quelle che già pagavo in Italia, per cui semplicemente procrastinai in attesa di un’illuminazione in stile pentecostale. Son rimasto in Germania per un po’ più di un anno senza mai annunciarmi alle autorità.

Ho poi mollato per passare un anno da girovago, tra Tailandia, Italia ed Egitto, alla fine del quale ho quasi col lancio di una moneta deciso di trasferirmi a Londra. Le modalità con cui presi la decisione sono misteriose persino per me stesso, e mi chiedo quanto piccolo l’effetto farfalla sarebbe dovuto essere per farmi scegliere, che so, Amsterdam, o New York. Magari con un falafel in più la sera prima…

Untitled-2.jpg

Arrivato in Regno Unito, son partito subito a cercare un lavoro da dipendente, quindi non ho potuto fare come feci in Germania. Dovevo registrarmi. Senza un national insurance number (NINo), farsi pagare diventa complicato, e senza poter dimostrare che c’è qualcuno che intende pagarci, anche aprire un conto in banca non è un gioco da ragazzi. E lì mi sono subito accorto di quanto assai più facile fosse svolgere tali faccende. L’essere fluente in inglese mi ha ovviamente aiutato, ma anche per quelli con un inglese terra terra come terra terra è il mio tedesco, portare a casa il NINo è semplicissimo. Si fa una telefonata, si fissa un appuntamento, ci si presenta e si spiegano le nostre intenzioni lavorative. Tempo qualche giorno e il NINo arriva per posta, con, incluso nel prezzo (di zero sterline), assistenza sanitaria gratuita completa. Per noi europei, la burocrazia finisce qui!

Da dipendente ho lavorato per sole tre settimane, in un’azienda di e-commerce (90 minuti giornalieri di metro e dover chiedere il permesso per andare in vacanza…ma voi siete ubriachi), per tornar subito a far la vita del freelancer. Col NINo in tasca, potevo semplicemente connettermi su gov.uk e registrarmi per pagare le tasse come libero professionista.

screen-shot-2018-04-07-at-22-18-58.png

Quello fu il giorno in cui piansi lacrime di gioia e di amore incondizionato per la regina Elisabetta II. Pensai seriamente di star sognando e che le reali percentuali fossero altre, che avrei scoperto dopo che la sirena di un’ambulanza di passaggio vicino casa mia mi avrebbe riportato alla realtà. Ma era tutto vero. Mi resi improvvisamente conto di vivere ufficialmente e legalmente in un paradiso fiscale, cosa alla quale non avevo mai aspirato.

Le differenze tra Italia e UK al riguardo sono brutali. Eccole qui in tutto il loro splendore.

  • Tassa sul reddito. In Italia si arriva quasi automaticamente allo scaglione del 27%, e con neanche 30 mila euro scatta quello del 38%. In Regno Unito siamo fermi al 20% fino a 46350£. E non ho ancora tirato in ballo la personal allowance (stay with me).
  • La maledettissima INPS. 28 percento in Italia (che, se ho ben capito, salirà a 32), inesistente in Regno Unito. So bene che non è cosa saggia non metter da parte soldi per la pensione, ma poterlo fare secondo i propri tempi e non dal primo giorno (quando di solito non si ha un quattrino) è un sollievo enorme. Per contro a Londra si paga l’assicurazione sanitaria, che ammonta al 9% dei guadagni al di sopra dei 9000 pound, più un obolo fisso di 148 pound che pagano tutti.
  • IVA. 22% in Italia, 20% in UK. Se non fosse che tutte le fatture dirette a clienti fuori del Regno Unito (e i miei sono ancora quasi tutti in Italia) sono esenti da IVA. So cosa state pensando: “Vabbè ma l’IVA te la paga il cliente come extra in fattura”. Sì, ma se non avete esperienza come fornitori di servizi con partita IVA forse non sapete della pessima abitudine tutta italiana di pagare le fatture con 60-90-120-180-240-360 giorni di ritardo!! Come regola generale, più grande è l’azienda, maggiore sarà il ritardo. Eni e Telecom Italia mi hanno entrambe pagato fatture dopo quasi un anno. Questo potrà non attecchire nei vostri cervelli perché comprendo bene che suoni completamente assurdo, ma che iddio mi fulmini se non è la verità. In Italia un libero professionista del mio ramo è abituato all’idea di non poter goder dei frutti del suo lavoro per mesi, e deve spessissimo pagare l’IVA coi soldi di altri lavori, o facendosi anticipare le fatture dalla banca. Sbarazzarsi di tale imposta è quindi una ulteriore goduria. Ovviamente la cosa ideale è averlo comunque qualche cliente lassù, in modo da poter emettere qualche fattura con IVA per poi scaricarla dal nostro inevitabile acquisto di un MacBook o quel che vi pare.
  • Commercialista. In Italia, nonostante l’estrema semplicità dei miei conti (40-50 fatture all’anno e pochissime spese), non mi sarei mai sognato di affrontare la burocrazia da solo. Non essendo la cosa fattibile, mi toccava pagare 400 euro all’anno, che, da quel che ho sentito dai miei colleghi, è pochissimo. Di norma si paga almeno il doppio. In UK, con un’attività agile come la mia e conoscenze di matematica da quarta elementare, si può fare tutto da soli.
  • Tasse regionali. Non esistono in UK, in Italia qualcosina la pagavo.

Immagino tutto ciò faccia già venir l’acquolina, ma non vi ho ancora parlato delle due corpose ciliegine sulla torta. La prima riguarda la consistente no-tax area, che, nel 2018, è di 11850 sterline, 14 mila e passa euro. Si chiama personal allowance, e azzera completamente le tasse da pagare su quei primi pound del vostro reddito annuale. Immaginate le conseguenze di questa norma sul vostro primo anno in UK. Magari, come me, registrate il vostro business sei mesi prima della chiusura dell’anno fiscale, e in quei sei mesi portate a casa 15 mila sterline al netto delle spese. In UK, la tassa sul reddito andrà calcolata su 15000 meno la personal allowance. Pagherete la misera somma di 630£. Non ricordo quanto pagai per il mio primo anno con partita IVA, ma ricordo che volli piangere e tornare dalla mamma. I contributi per la pensione non solo sono consistenti, ma c’è un minimo (poi non così minimo) da pagare anche per chi decidesse di andare in letargo e fatturare zero euro.

Come se ciò non bastasse, c’è da pagare l’anticipo delle tasse dell’anno seguente. Non sono sufficientemente aggiornato sul fisco italiano e non so se è ancora così, ma è chiaro che questa situazione rendeva a suo tempo l’apertura di un’attività una tragedia di proporzioni epiche. A Londra invece, nel vostro primo anno vi sentite un po’ come se tutto il Regno vi stia affettuosamente abbracciando (anche se solo metaforicamente, sono inglesi dopo tutto) e sussurrandovi: “non si preoccupi sir, siamo già pieni di soldi. Ci dia qualcosa l’anno prossimo, se può”.

Gli obblighi di un contribuente in UK sono ridotti all’osso, e si possono adempiere online. Che io sappia sono questi tre.

  • La dichiarazione annuale, da fare e pagare entro il 31 di gennaio, quasi 10 mesi dopo la fine dell’anno fiscale. Sì perché, per bislacchi motivi che risalgono al Medio Evo, l’anno fiscale in UK inizia il sei di aprile.
  • Quattro dichiarazioni trimestrali dell’IVA, in cui si specificano gli incassi totali dei tre mesi precedenti, quanto di questi provenga da fuori del Regno, e le spese da scaricare. Il calcolatore online ci dice subito quanto andremo a pagare.
    Screen Shot 2018-04-07 at 22.22.05.png
    VAT declaration
  • Quattro dichiarazioni trimestrali (con date diverse rispetto a quelle dell’IVA) delle fatture emesse verso i Paesi comunitari. Si chiama EC sales list submission, e non comporta pagamenti da fare. E’ semplicemente un obbligo di comunicare il valore di ciascuna fattura e i numeri di partita IVA dei nostri clienti fuori dal Regno Unito.
    Screen Shot 2018-04-07 at 22.23.27.png
    EC sales list submission

Questo è tutto. Un altro dato stupefacente del sistema di tassazione britannico è che, ogni volta in cui compiliamo un campo relativo a delle spese in un modulo online, nessuno ci chiede di dimostrare alcunché. Siamo completamente liberi di metterci il numero che vogliamo (barare è ovviamente illegale, inutile che lo dica) e veder le tasse dovute scendere sotto i nostri occhi, senza che nessuno ci chieda di caricare copie di fatture nè ricevute. Per un italiano, questo livello di fiducia che il governo elargisce ai cittadini lascia senza parole. Fa quasi tenerezza.

Nella mia conquista di una sostenibile leggerezza dell’essere in Regno Unito tre strumenti si sono rivelati assolutamente indispensabili.

  • Innanzi tutto la pagina ufficiale dei tassi di conversione da sterlina a euro. Vi sarete chiesti se sia possibile mandare fatture in euro da Londra verso l’Italia e l’Europa. La risposta è assolutamente sì, ma, quando dovrete calcolare le tasse da pagare, ci sarà da convertire quelle somme in sterline, usando il tasso in vigore nella data della fattura. Ogni tre mesi per l’IVA, e prima del 31 gennaio per la dichiarazione annuale, c’è da armarsi di calcolatrice e quaderno. Parliamo di calcoli molto semplici.
    Screen Shot 2018-04-07 at 22.31.01.png
  • Un sistema per spostare euro dal mio conto italiano (su Fineco) a quello inglese (Barclays) senza pagare commissioni salate per il cambio valuta. In un paio di occasioni mi son trovato costretto a farmi fare dei normali bonifici e la cosa si è rivelata insostenibile. Stavo pagando più del 5% per la conversione. Quando ho scoperto Transferwise sono sceso a un tollerabilissimo 0.5%. Transferwise è una compagnia basata in Estonia, che, per ogni euro che voi dovete convertire in pound, vi trova un pound che qualcuno ha bisogno di convertire in euro. In questo modo non avviene nessuna reale conversione, e di conseguenza nessuna banca si intromette e si ciuccia i vostri sudati guadagni. Ormai è un’azienda ben consolidata, e ho usato i loro servizi dozzine di volte senza alcun intoppo. Soprattutto per la coppia euro/GBP (cambiano molte altre valute) i tempi sono brevissimi e l’operazione indolore. I soldi glieli inviate con un normalissimo bonifico SEPA (o carta di credito se avete fretta e vi sta bene pagare commissioni extra), loro vi procurano le sterline e ve le inviano sul conto inglese. Avendo il Regno Unito un sistema bancario anni luce avanti al nostro, i soldi vi appariranno istantaneamente.
    Screen Shot 2018-04-07 at 22.32.29
  • Un indirizzo registrato dove ricevere la mia posta (personale e di lavoro) senza temere che finisca nella spazzatura. Ci sono diverse aziende che forniscono questo servizio a Londra, e io ho scelto HoxtonMix. Per 18£ al mese ricevono e conservano tutta la mia posta, avvisandomi con una mail ogni volta che mi arriva qualcosa. Possono anche scansionare e mandarmi via email il contenuto, al costo di 1£ a lettera, cosa estremamente utile nei periodi di nomadismo.

Ormai sono due anni che non vivo in maniera stabile a Londra, e devo dire che questa situazione che mi son costruito mi pare ideale. Come vi ho mostrato, c’è molto poco da pagare, e ancor meno tempo da perdere per farlo. Se la Brexit non manda tutto in malora, non vedo ragioni per cambiare di una virgola.

Non sto ovviamente incitando nessuno a usare questa strategia semplicemente per evadere le tasse. Ciò di cui ho parlato assume un senso per voi solo se avete già una mezza idea di trasferirvi oltre manica, e vi serve una piccola spintarella per andarci prima che la signora Theresa May vi chiuda la frontiera sulla testa.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s